L’arte del tiro al rezzaglio sul Magra

“C’è chi la definisce semplicemente un hobby. Chi, invece, una malattia, una poesia, un’arte o pura passione. Per me è tutto questo messo insieme. È semplicemente un insanabile senso di vita e libertà interiore.” Queste le parole di un pescatore, di Tonino, in arte Shark 72. Un uomo che della pesca ne ha fatto una filosofia di vita. Sarà proprio Tonino a raccontarci la storia di un lunedì di fine marzo quando quella che si presentava come una giornata di pesca normale si trasformò in una pescata quasi leggendaria. Una di quelle che si immagina solo, ma poi prende mente e corpo nella ballata della sfida tra il pescatore e il mare. E tutto prese vita, nella rete dell’attesa, grazie al rezzaglio, una tecnica poco nota della pesca sportiva.

Il tiro al rezzaglio, in voga nelle comunità vietnamite o nigeriane, ha trovato presto, nei primi del novecento, diffusione in Italia soprattutto alle foci del Fiume Magra e sul Trasimeno. La pesca al rezzaglio è frutto di tradizione. Si tramanda, infatti, da millenni di generazione in generazione.

Ma cos’è il rezzaglio, detto anche, a seconda delle regioni, giacchio o sparviero?. È una rete da lancio che invece di essere stesa e poi recuperata viene lanciata da terra sui pesci, aprendosi su di essi dapprima ad ombrello e arrivando poi a piombo sulla preda. Il tutto è reso possibile grazie ad un sistema di pesi, (i piombi), che ne bilancia apertura e caduta. Nel Salento vengono costruiti artigianalmente, ma ormai se ne perde quasi la memoria. Possono avere diametro variabile in base alla tipologia di preda a cui si da la caccia e anche peso differente in funzione della necessità di parametrare il rezzaglio alla profondità del mare. Armare un rezzaglio significa armonizzare una serie di elementi tra loro, (peso complessivo, altezza, diametro), rapportati alle caratteristiche corporee del lanciatore. Lanciare il rezzaglio vuol dire imprimere al corpo un movimento rotatorio perfetto e armonico. Bisogna, quindi, imparare a muovere il corpo. È necessaria una elasticità generale del tronco, delle spalle e delle gambe. E’ un ballo quello tra il corpo e il rezzaglio.

Ecco la storia di una gran pescata. A raccontarla è Tonino. Un uomo di 60 anni, non un pescatore professionista. È il nipote Mauro, però, che avvicina Tonino al rezzaglio. La loro, in principio, era una forma di sfida, uno scherzo tra parenti per vedere chi ha la meglio. Con il tempo Tonino affina la tecnica. Occorrono esperienza, allenamento, pazienza. Anche la frustrazione ha la sua parte, in rete. Difficile descrivere l’emozione che si prova ogni volta che ci si “apposta” di fronte ad un banco di salpe o cefali. È ancora più bizzarro ricordare quello che è successo a fine marzo quando neanche a farlo apposta, Tonino, ha visto un movimento in acqua così strano e perfino inquietante da richiamare all’ordine tutti i muscoli e generare un subitaneo stato di allerta.

“Ero ad Otranto, la mia terra natale. Nel tratto di mare a ridosso della murata della Madonna dell’Altomare, ho visto verso riva, ad un paio di metri di profondità, un banco di cefali che si muoveva. Si trattava di prede di grossa stazza. Ho atteso. Attorno solo silenzio. Poi un secondo movimento e l’avvistamento di una pinna piu’ grossa hanno agitato le acque ed il mio cuore. Per un attimo ho temuto che si trattasse di un delfino in fase di spiaggiamento e ho prestato maggiore attenzione. La pinna caudale mi ha fatto capire che si trattava di qualcosa di completamente diverso. Il movimento in acqua, del resto, mi ha confermato che stava andando a caccia di prede a sua volta per cibarsene. La scarica di adrenalina che si prova in quei momenti è tale da non poter essere riportata. Solo chi nasce con l’istinto del cacciatore può capire cosa si prova. Ho raccolto il rezzaglio sul braccio e l’ho armato, pronto per il lancio. Ho mirato, con movimento rotatorio del busto. La mente era preparata, addestrata nel fare mia la preda. Ho lanciato. Mossa impeccabile. Lancio perfetto, apertura totale del rezzaglio in tutto il suo diametro. Caduta a peso sulla preda che è rimasta impigliata in modo inesorabile. E’ stato un attimo. Una frazione di secondo che fa sentire all’atleta la vittoria. La stessa sensazione si ripete con lo stop del respiro, con l’inizio della lotta tra la preda e il pescatore. Una lotta durissima con le mani nella rete, sulla coda della preda che è rimasta imbrigliata. Ed ancora una continua lotta sino all’ultima resa. Alla fine ho scoperto di avere di fronte un’aguglia imperiale di circa 23 Kg. Un esemplare che non si vede mai arrivare alla secca. Lei aveva scelto me, come nel “Vecchio e il mare”, per donarmi l’emozione di un momento che vale la vita e che ripaga gli sforzi di chi di questo sport ne ha fatto un’arte”. Resta anche la necessità di uno spaccato di solitudine che rafforza l’animo. Il pescatore solitario, nei silenzi e nell’oscurità del mare, nella luce del sole e nella voce del vento, parla in fondo all’ecosistema.